E alla fine la realtà si impone, sulle nostre idee, sui nostri programmi.

L’epidemia del coronavirus ci impone di rimandare la vista pastorale del Vescovo nella nostra parrocchia. Fino alla fine abbiamo sperato in questo evento che se anche in tempi di emergenza avrebbe assunto il significato di una boccata di speranza, di una comunione ininterrotta ma sempre bisognosa di essere rilanciata, di un’esperienza di comunità per rinsaldare i legami di Vangelo che sono alla base del nostro fare, perché costitutivi del nostro essere.

La realtà si impone. Il Vescovo è stato ricoverato in ospedale. L’epidemia si diffonde. Le precauzioni sanitarie ci chiedono di sospendere, rimandare, chiudere.

Ma la realtà non è solo il coronavirus. La realtà è ben altro, per fortuna.

Senza sentire il bisogno di essere esaustivi possiamo aggiungere qualche pensiero.

  1. La realtà è la fragilità umana, della quale avere cura: la fragilità di chi è malato, di chi è in trincea nella guerra contro questa epidemia: così mi hanno scritto alcuni nostri medici dell’ospedale. “Siamo in guerra”! Non possiamo che fare i conti con questa nostra costitutiva fragilità: poi la scienza e la tecnica cercheranno di trovare il vaccino e le cure… ma la fragilità fa parte di noi stessi. Dobbiamo pensarci. Accettarla e non solo illuderci di trovarvi il rimedio. Non si tratta di essere rassegnati. Ma di convivere e di trovare strategie opportune: accanto alla scienza e alla tecnica serve una consapevolezza di umanità, un’etica di fraternità.
  2. La realtà è la solidarietà che ci accomuna. Spesso ci pensiamo l’uno contro l’altro, in perenne conflitto. Per paura erigiamo muri e confini, porte blindate e inferriate alle finestre. Il virus ci ha mostrato che nella fragilità siamo tutti accomunati, tutti sulla stessa barca. Per di più il virus è subdolo perché incentiva necessariamente la distanza, la precauzione, l’isolamento, l’appartarsi. Eppure possiamo alimentare in noi il desiderio di una comunione vera: fin da adesso con il Signore, e in Lui con tutti, pensati e amati come dei fratelli. La preghiera è la prima forma di comunione. Preghiamo per il Vescovo e per tutti gli ammalti, gli anziani, le persone più deboli e più minacciate dal virus. Che sia una preghiera vera di comunione, come quella del Cristo sulla Croce, come Lui inchiodati alla nostra impotenza, al nostro non poter essere fisicamente accanto e di aiuto.
  3. La realtà è trasformare la solidarietà del dolore in solidarietà dell’amore. Lo vediamo nei medici, negli infermieri, in tutto il personale sanitario. Si stanno spendendo in turni massacranti. Anche in loro ci sono timori. Anche loro hanno famiglia. Eppure si stanno esponendo. Manteniamo le doverose precauzioni, ma aspiriamo all’amore: non ci è sufficiente essere accomunanti dalla stessa paura, dalla medesima fragilità che ci fa potenziali vittime del contagio. Aspiriamo all’amore vero. Non si tratta di nostalgia. Siamo chiamati a vigilare sul nostro cuore, a chiedere il cuore nuovo. Il nostro corpo potrebbe risultare infetto: ma il nostro cuore lo vogliamo nuovo, come quello di Cristo.

Non sono pensieri esaustivi… il resto lo lascio a te, alla tua riflessione, al tuo metterti in ascolto del Dio vivo che ti parla nel cuore.

Buona domenica a tutti. Che il Vescovo, i sacerdoti ricoverati, i nostri parrocchiani in ospedale, in casa di riposo, in isolamento… che tutti possano sentirsi amati, accompagnati, aspettati in un abbraccio spirituale che vuole essere vero, sincero, appassionato.

Buona domenica a voi che siete nelle vostre case. Intimoriti per voi e per i vostri cari. Lo Spirito Paraclito, cioè Colui che ci sta accanto, come il difensore, sia con tutti noi. Amen.

Don Enrico

 

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