Ormai è passato più di un mese da quel sabato di febbraio, quando ci siamo trovati con i colleghi a scuola alle 8 della mattina in un Istituto silenzioso, senza alunni e noi tutti un po’ spaesati abbiamo appreso che la scuola avrebbe chiuso, che Cremona rientrava nella zona gialla…ricordo che sono andata a prendere i miei bambini dai nonni e siamo tornati a casa. I primi giorni sono passati tra telegiornali, telefonate di parenti che da tutta Italia mi chiedevano come stessimo. “Stiamo bene…è solo per precauzione…” Avrò ripetuto un centinaio di volte queste frasi, forse più per convincere me stessa che non i miei cari giustamente in ansia. Per fortuna che c’erano i bambini che vivevano con gioia quei giorni di inaspettata vacanza. Penso sia inutile raccontare quello che è successo nei giorni successivi, quando la situazione si è rivelata per quella che era…ci siamo passati tutti, lo stupore, la preoccupazione, l’ansia, i problemi di organizzazione familiare e per molti anche la malattia propria o dei loro cari, la perdita…

Don Enrico mi ha chiesto di provare a dare la mia testimonianza di famiglia in quarantena e devo ammettere che ho fatto molta fatica a mettermi al tavolino e riordinare i pensieri…di scuse ne avevo: le giornate corrono veloci, al mattino ho le lezioni a distanza con i miei alunni delle superiori, poi quelle dei miei figli, i compiti da correggere, la casa che sembra sempre un campo di battaglia, le chat delle mamme, dei parenti, degli amici e chi più ne ha più ne metta. Ma non è per questo che non trovavo il tempo di scrivere…è che non volevo smettere di fare cose per non ascoltare i pensieri e le domande che sono lì acquattate in un angolo, pronte a richiedere imperiose la mia attenzione…e sono quelle domande scomode, quelle sul senso, sul perché di tutto ciò: perché la nostra vita può essere stravolta in pochi attimi, perché i miei bambini devono scoprire così piccoli che il mondo non è un posto perfetto, perché tante persone stanno perdendo i propri cari senza nemmeno potergli dire addio…Ecco ora che le ho messe in fila queste domande, posso andare avanti: prima di tutto devo prendere atto che non ho le risposte, probabilmente non le avrò mai (e questo per una mamma/ prof è fastidioso, credetemi…), in fondo già prima di questa quarantena avevo imparato che si può vivere senza conoscere le risposte…il problema è non farsi le domande. E allora devo dire che non ce l’ho il senso per quello che sta accadendo, ma sento che la mia vita ha senso, in questa fragilità ha ancora più senso vivere, sperare, pregare, piangere, ridere, pensare che siamo tutti un po’ più umani, forti e deboli allo stesso tempo e che dobbiamo curare la fragilità nostra e degli altri con più attenzione.

E penso che il senso di tutto me le dia la mia famiglia, mio marito che nella sua pacatezza mi distoglie dalle mie paranoie da supermamma e i miei figli che attraversano questo periodo con la leggerezza della loro età, per i quali la cosa più grave finora successa è che abbiamo perso l’unico pallone con cui giocare in cortile e non hanno ancora capito perché noi adulti non consideriamo un pallone un bene indispensabile e che non lo si possa comprare al supermercato. E poi ci sono i miei alunni che vedo ogni mattina attraverso le loro web cam, così fragili, ma anche così desiderosi di contatti, di normalità: molti di loro stanno vivendo in casa situazioni pesanti, eppure eccoli lì pronti ogni mattina a rispondere all’appello: “Ci sono prof!”. Anche da loro sto prendendo la forza di guardare al futuro con speranza, di sentire nel mio cuore gratitudine a Dio perché siamo tutti qui insieme a vivere la nostra vita.

Elisa Di Gesaro

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