Sono giorni in cui tanto ci è sottratto. Siamo disabilitati in tante esperienze: impossibilitati nel realizzare molti nostri desideri e anche bisogni. Viaggiare, uscire di casa, andare per negozi o al cinema, fare sport, ritrovarsi con gli amici ma anche essere curati, farsi compagnia, visitare un anziano (sia a casa sua che in una RSA). Tutto difficile, talvolta impedito, oppure con l’autocertificazione alla mano, che è come farti sentire in una zona vietata ma con una deroga benevolmente concessa. Ci sentiamo un po’ agli arresti domiciliari. Impediti. Un po’ come i disabili. Sì. Disabilitati in tante nostre abitudini che davamo per scontate, per diritto acquisito.

La realtà è che tante persone già prima erano impedite. Disabili. Impossibilitate a realizzare il loro desiderio e trovare risposta ai loro bisogni. Al di là di qualche sentimento passeggero, di qualche rigurgito emotivo, di qualche gesto di solidarietà e di volontariato… poi la nostra vita, la frenesia dei nostri stili ci portava a lasciare indietro chi per tanti motivi non poteva stare al nostro passo: anziani, malati, disabili, poveri, disoccupati, fragili nel corpo, nella psiche, per l’inadeguata educazione ricevuta, per il contesto culturale che ha impresso ferite costringendo alla marginalità, che spingeva su strade impervie di accattonaggio, delinquenza, dipendenza…

Siamo risentiti perché ci è sottratto, rubato, impedito di fare quel che vogliamo. Ma la realtà è che tante persone già lo erano, e le abbiamo lasciate indietro, senza alcuna volontà vera di farcene carico. Senza alcuna vergogna, anzi. Purtroppo.

Ci sentiamo handicappati. Usiamo i termini forti (anche se è un mancare di rispetto ai disabili veri, a chi per tutta la vita subisce limitazioni che noi non vogliamo guardare e per le quali non proviamo empatia). Ci viene da dire che non è giusto. Cerchiamo il capro espiatorio in qualche politico e in qualche categoria di irresponsabili. A qualcuno occorre dare la colpa! La realtà è che la vita terrena non è perfetta. Che siamo chiamati a dare senso ai sacrifici, alle rinunce, ai limiti, ai difetti, alla malattia, alla morte.

Invece spesso ci limitiamo al risentimento, alla faziosità dei dibattiti televisivi schierati a fare spettacolo sui drammi. E così sciupiamo questo tempo: lo riempiamo di film, di social… mentre invece potremmo consolidare le nostre radici, rigenerare la nostra identità ferita, come una potatura che predispone e nuove gemme e poi a ulteriori e copiosi frutti.

Anche nelle nostre comunità cristiane siamo disabilitati, disabili, handicappati. Gli oratori sono chiusi. I gruppi di catechismo non possono ritrovarsi. Lo sport e la danza sono banditi. Le nostre attività limitate ad esse online, a distanza, su piattaforme digitali che funzionano un po’ sì e un po’ no.

Possiamo lasciarci andare alla lamentela, alla ricerca del capro espiatorio. Ma la realtà rimane questa: il virus è più potente, e non esiste autorità politica che abbia saputo fermarlo in modo efficace, nel rispetto della libertà e dei diritti delle persone.

La realtà deve essere riconosciuta. Guardata negli occhi.

Siamo con le nostre frustrazioni perché non vogliamo accettare i limiti, la vulnerabilità, la precarietà.

Anche i bambini, anche i ragazzi, anche i giovani vanno accompagnati ad accettare limiti e rinunce. Non tutto possiamo garantirgli perché viviamo in Occidente o perché abbiamo denaro. Vivevamo in una bolla illusoria. Li abbiamo riempiti di pomeriggi di allenamenti di calcio e di basket, di teatro e di pianoforte, delle esperienze più esotiche e stravaganti. Spesso più per corrispondere ai gusti dei genitori ma anche ai capricci e alle mode del tempo. Mai nessuna generazione prima di queste ultime ha avuto genitori capaci di garantire estati e vacanze così spensierate e consumistiche. Adolescenti e giovani così pieni di attività gratificanti da non avere tempo per un po’ di volontariato, per un po’ di empatia con chi soffre, tanto meno per curare la propria interiorità (senza generalizzare!). Non sono colpevoli: sono solo impegnati dalle mille lodevoli occupazioni che gli abbiamo fornito! Ma eravamo in una bolla di illusioni che ci separava da chi è povero, da chi non ha lavoro, da chi vive senza essere amato, da chi fa i conti ogni giorno, ogni istante con limiti fisici, restrizioni dovute alla miseria, paura perché il proprio territorio da sempre è controllato dalla mafia, abbruttito dalla guerra, soggiogato dalle calamità naturali, privo di scuole, senza assistenza sanitaria e nessun ristoro pubblico.

Ieri ho incontrato una coppia. Tutti e due avevano un lavoro a tempo determinato che in questi mesi non è stato rinnovato. Per le complicazioni della vita… le varie forme di ristoro a loro non arrivano. Sono italiani. Hanno il mutuo da pagare che per fortuna ora è bloccato. Anche questa è la realtà della nostra comunità.

Come adulti, come cristiani come vivere questo tempo? Cosa dire ai ragazzi? Come accompagnare gli adolescenti nei loro pensieri, nelle potature a cui sono costretti, nel vivere il tempo come occasione di maturazione? Quale spazio per la gratuità? Quale per la gratitudine? Sappiamo cogliere il bello che comunque ci è dato?

Questi segni dei tempi come interpretarli? Come leggere la realtà che ci circonda? Quale la nostra missione? Sentiamo il desiderio di un discernimento comunitario?

Siamo (solo per un po’ di tempo) disabilitati ad andare al ristorante e sui campi di gioco. Ma siamo ri-abilitati a pensare, a riflettere, a cercare insieme quale direzione prendere, che donne e uomini essere, a quali valori educare i figli, che società vogliamo costruire.

In questi giorni in molte famiglie ci si è dati il tempo per rielaborare insieme pensieri ed esperienze fuori dai ritmi normali. Per esempio so di papà che insieme ai figli hanno ragionato sul vangelo della domenica e lo hanno riletto insieme. Cosa mai fatta in precedenza.

Perché non raccontare i propri tentativi per aiutarci a cogliere nell’oggi possibilità preziose da non sprecare, una responsabilità educativa che ci appassiona?

Don Enrico Trevisi

Cerchiamo di trovare il modo di vivere la nostra responsabilità educativa e di innescare processi virtuosi, come emerge dalla lettera

Tempo di gravi responsabilità educative! Lettera aperta al mondo adulto

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