Diamo spazio ad una breve intervista che abbiamo chiesto ad un’infermiera del nostro ospedale cittadino e che, pur non risiedendo in parrocchia, mantiene diversi legami con la nostra comunità. Le sue parole possono idealmente rappresentare non solo il suo punto di vista, ma l’esperienza di tanti che come lei, in questo periodo, sono considerati eroi. Dalle sue parole traspare l’entusiasmo e la passione con cui porta avanti il suo lavoro, come pure l’apprensione, il timore, il carico emotivo e di responsabilità che il momento presente impone a lei e a tutto il personale sanitario. Un grazie sincero per la disponibilità, tra un turno e l’altro e gli impegni di famiglia, nel mettere in fila qualche pensiero da offrire alla nostra riflessione.    

 

Cosa significa oggi, per te, il tuo lavoro?

Il mio lavoro oggi è uguale a quello di ieri: stesso impegno, stessa passione ma con tante difficoltà in più e anche un po’ di paura che prima non c’era. Significa fare del mio meglio per aiutare chi sta male.

E non siamo eroi: facciamo ciò per cui abbiamo studiato, consapevoli anche dei nostri limiti.

Perché hai scelto questo lavoro? Rifaresti questa scelta?

Perché ho scelto questo lavoro? Sicuramente una spinta in questa direzione me l’ha data l’esperienza di giovane pioniera della Croce Rossa. Poi è stata una scelta istintiva, maturata in età molto giovane. La rifarei? Assolutamente SI’! Io non faccio l’infermiera, SONO un’infermiera! E i pazienti sentono questa differenza così come i loro famigliari.

L’unico rammarico è la scarsa considerazione che questa professione ha avuto prima di tutta questa situazione. Ora siamo considerati eroi ma prima di tutto questo eravamo figure marginali, poco considerate e con una retribuzione inadeguata rispetto al carico di lavoro e responsabilità.

In ogni caso ho sempre considerato un enorme privilegio il poter fare un lavoro che amo e che mi ha dato un sacco di soddisfazioni!

Tutta questa situazione, quale segno pensi lascerà nella tua vita professionale e non.

Nessuno di noi sarà mai più come prima. Dal punto di vista professionale ci siamo confrontati con qualcosa di sconosciuto e molto più grande di noi: ci ha tolto le nostre sicurezze e fatto sentire piccoli e a volte impotenti.

Dall’altra parte ha fatto emergere l’importanza di essere gruppo: tutti aiutano tutti, indipendentemente dal ruolo professionale e dall’ambito ospedaliero a cui si era assegnati.

Nella vita personale un segno enorme: la paura di essere contagiata e peggio ancora di rappresentare un pericolo per i miei figli e i miei cari.

Il ricordo degli sguardi dei pazienti che non respirano ti rimangono dentro e ti spaccano in due.

La tristezza nell’apprendere che tante persone più o meno vicine a te non ce l’hanno fatta.

L’importanza di non essere soli, il valore di un abbraccio che prima era una cosa scontata e che ora mi manca immensamente.

Nulla sarà come prima. Occorre fare memoria di tutto ciò che il covid-19 ci ha tolto per essere sempre consapevoli di ciò che è davvero importante.

A cosa pensi quando entri in corsia? E quando esci?

Ora come ora entrando in corsia mi sento un po’ come se andassi in guerra: c’è paura e anche tanta stanchezza; il desiderio di capire che prima o poi caleranno i contagi e che i pazienti staranno meglio; la voglia di tornare a una normalità lavorativa perché questa situazione è drammatica e molto pesante fisicamente ma soprattutto psicologicamente.

Quando esco penso che un’altra giornata lavorativa è passata, che è andata bene perché qualcuno sta meglio ed è stato dimesso; o che è andata male perché è morto qualcuno e si allunga una lista già troppo lunga.

Esco pensando che devo tornare dai miei figli cercando di non far pesare loro il nostro lavoro e la nostra stanchezza perché sono già sufficientemente preoccupati per noi genitori in trincea.

E vorrei invece rifugiarmi in un sonno ristoratore per allontanare tutta la sofferenza che vediamo.

 

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