Esco di casa e in metà tempo rispetto al solito sono al lavoro.

Già dalla strada, intanto che sblocco la bussola per entrare, si sentono i telefoni squillare. E sarà così per tutto il tempo.

Lavoro in banca, in una filiale fuori città. In paese. Il ritmo della vita è spaccato in due: chi va a lavorare nei campi e tutti gli altri che la mattina fanno il giro: fornaio, edicola, salumiere, banca. E lì sono i punti di ritrovo. E lì continuano a ritrovarsi nonostante i decreti: “ma tànt à me el me tùca mia…” (anche se qualcosina sta cambiando da quest’ultima settimana)

Insomma…un po’ di disobbedienza sociale, che non mi sento di accusare troppo, perché la distanza dalle file nei supermercati e dal silenzio di via Giordano, li rende lontani, distaccati dalla nostra realtà di città e sicuri che i campi siano una barriera sufficiente per allontanare il COVID19.

…ma la gente muore. Tanti. Troppi in % sentendo il sindaco.

Sono arrivata ad un numero di successioni impensabile. Devo stare attenta. I parenti sono riservati a dire che è stato il coronavirus, c’è chi tenta di venire ugualmente in banca. Ho capito che le parole di conforto non tutelano me, le mie colleghe, i nostri familiari e gli altri clienti.

E mi scopro nuova: la paura non deve cedere all’ansia, il favore non deve cedere al buon senso; scopro una nuova responsabilità, una nuova vicinanza alle persone. Quindi insisto con le domande, richiedo, spiego, aiuto, ma soprattutto ho imparato a dire NO.

E il telefono squilla, e la gente bussa ai vetri delle porte…

Litigo, mi scuso, incasso, spiego, accompagno, rispiego, giustifico e ringrazio.

Nonostante tutto, troppe persone, fino ad ora, escono per venire in banca. Noi che lavoriamo resistiamo consapevoli dei tanti colleghi in quarantena, di quelli ricoverati che lottano e di qualcuno che non ce l’ha fatta.

Servizio pubblico essenziale. Questo siamo. Questo sono? NO. Non sono un mero esecutore di operazioni, offro un servizio, sono cioè al servizio della gente. Questo è il mio contributo al COVID 19: entrare sempre più in rapporto con le persone, informarle, rimandarle a casa e poi ricontattarle telefonicamente, essere presente e guidarle per mano in un modo diverso di concepire la banca, il mondo. (C’è ancora chi ­– target 55/65 – non vuole il bancomat perché ha “paura che gli si freghino i soldi”, e non pensa che a maneggiare contanti, la cosa più sporca in assoluto, e a continuare ad uscire di casa per procurarsene, ci si “frega” la vita.

Vuol dire anche rassicurare e curarsi dei colleghi, spronarli a spiegare bene per non subire i “per quel che ne so…” di quando i clienti firmano l’autocertificazione di non aver avuto contatti con positivi e di non avere febbre.

Far capire a tutti che la prima tutela siamo noi.

A volte la sera, a nervi calmi, rifletto sull’essere umano, sull’essere umano e il denaro: capiamo tutto, la situazione, le circostanze, le difficoltà, il dolore…finché tutto questo non si avvicina troppo ai nostri interessi, perché le nostre motivazioni sono sempre le più importanti, urgenti ecc.. di tutto il resto, del bene collettivo. Altre sere sono contenta: qualcuno ci ha telefonato per rassicurarsi che stessimo bene.

Capita anche di ritrovarsi sereni e sono i giorni in cui io e la mia collega ci fermiamo dopo il lavoro per recitare il Rosario in banca. Sì, proprio in banca.

Ne approfitto per ringraziare tutti gli operatori dei servizi di pulizia (oggi disinfettano e sanificano) delle banche, delle farmacie, degli ospedali, delle fabbriche… Quasi non li vediamo, hanno turni allucinanti, lavorano con noi e con i pazienti presenti, rischiano tanto e il loro contributo per la nostra salute è enorme.

Elena Cabrini

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