Per chi ha un cuore vero, lo si è tutti. Crocifissi.

Crocifissi sono i malati. Spesso isolati, segregati. Alcuni con la febbre alta e abitano da soli… necessariamente appartati. Altri sono in ospedale, dove sono curati con tutta la passione e la competenza dei medici… ma ugualmente soli e impossibilitati di vedere i loro cari. Crocifissi in un letto, nella solitudine dei pensieri, delle paure, dei tormenti. Anche il semplice faticoso e dolorante respirare assimila al Gesù in Croce.

Crocifissi sono gli anziani, a volte isolati e raggiunti solo da qualche telefonata. Ostaggi di incubi di tempi passati, di infanzie di guerra. Crocifissi in una stanza, in un appartamento, con la corona in mano, con il telefono come unico spiraglio di parole condivise, di tenerezze mendicate e trafficate. Tanti lo sono sempre stati agli arresti domiciliari, ma ora emerge ancor di più la segregazione, l’isolamento, la corrosiva solitudine, la fragilità costitutiva del nostro essere umani. Eravamo troppo spensierati e distratti: ora in questo tempo decelerato li ascoltiamo commossi per una semplice telefonata.

Crocifissi sono i medici, gli infermieri, il personale sanitario tutto, dal barelliere al direttore generale. Con turni massacranti, paura del contagio, mancanza di strumenti, di letti, di macchinari, con scelte inquietanti, con interrogativi pesanti. Appartiene al loro lavoro, qualcuno dice; non siamo eroi… risponde qualche medico. Ma mi viene da aggiungere: ma è proprio dentro al lavoro e alla cura per il debole che si dà il martirio, un essere crocifissi, un patire, un rischiare, un donarsi esponendosi in trincea, una competenza vissuta con umanità e delicatezza per chi è vulnerabile. Perché l’altro merita, a prescindere che sia buono o cattivo, bianco o nero, giovane o anziano. Come Dio fa con noi: questa è la Croce.

Crocifissi sono i nostri amministratori, i nostri governanti. Alle prese con scelte difficili, incompresi da tanti, con esperti che spesso interpretano i dati in modo disparato. Con tutti pronti a giudicare e condannare… spesso a posteriori (bella fatica!) per inutili polemiche. Tirati da istanze e problemi diversi ma chiamati a far sintesi per il bene comune, che è anche pensare ai più deboli come sono gli anziani, i malati, i carcerati. Come anche il progettare il futuro. Perché le scuole tronino aperte, perché i parchi possano ritrovare la gioia delle famiglie, perché il lavoro e il consumo siano più umani e rispettosi dell’ambiente.

Crocifissi sono i genitori, i bambini, i ragazzi, i giovani… insomma le nostre famiglie dilaniate da preoccupazioni e alla ricerca di nuovi equilibrismi; chiamate a reinventare tempi, spazi e occupazioni; forzate a crescere nella pazienza reciproca e nel perdonare le insofferenze gli uni degli altri; obbligate a guardare il cielo dalla finestra: che è come dire a mantenere viva la speranza: andrà tutto bene! Crocifissi a responsabilità a cui non eravamo abituati… e che ci vedono talvolta arrancare. Famiglie chiamate ad educare alla solidarietà… che nell’immediato è il tranciante: “io resto a casa” ma che per l’avvenire richiedere ben altri slanci.

Crocifissi sono i preti, lacerati dal desiderio di essere vicini, di accompagnare, di esprimere la compassione di Gesù; e impediti per le disposizioni sanitarie, per la mancanza di presidi sanitari che sono requisiti perché indispensabili per medici e infermieri. Ci è imposta la lontananza fisica dalle persone, dalla nostra gente, quella per cui abbiamo scelto di dare la vita nel nome del Signore. Ma nessuno ci può negare la comunione nel dolore, la prossimità del cuore, della preghiera, dell’eucarestia celebrata per la propria comunità, per i propri malati e moribondi, per i propri defunti. Il cuore è a pezzi. Trafitto come quello di Cristo.

Crocifissi. Tutti crocifissi. Assimilati al dolore e all’amore di Cristo. Qualcuno non lo sa, non se ne accorge: qualcuno dice di non credere. Ma il samaritano era credente nel vero Dio? No. Eppure la sua carità lo ha fatto sacramento del Cristo!

Teniamo fisso lo sguardo su Gesù.

Il Cristo in croce dice di un amore che trapassa il dolore, la paura, l’abbandono che pure pesano e annebbiano la mente e il cuore. Dice di una promessa di vicinanza, di compagnia, di consolazione che va al di là delle nostre forze e pure della medicina e della scienza.

In questa immane tragedia nell’ombra si intravvede qualcosa di pasquale. Un divino che è presente nel sacrificio, nel lutto, nel lavoro compiuto con attenzione umana, nella partecipazione umile e umiliata di chi ha solo il cuore sanguinante per vivere l’umana compassione. Tutti interconnessi, tutti in comunione, avvolti dal medesimo Spirito. Preludio di Pasqua. Perché ogni giorno che passa, la Pasqua sempre più si avvicina.

don Enrico

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